La trasformazione digitale in Italia è lenta e non sempre trasparente: c'è ancora molto da lavorare su questo...
Pubblicato in Innovazione · 7 Settembre 2022
Dopo undici anni dalle politiche sulla trasparenza inaugurate dalla Commissione Barroso in Europa e da Barak Obama oltreoceano, si ritorna a parlare di open data come strumento in grado di consentire ai cittadini di conoscere e monitorare le riforme e gli enormi investimenti del Piano Nazionale ripresa e Resilienza.Sulla carta è tutto molto positivo e non c’è dubbio che i dati aperti possano aiutare a combattere la corruzione grazie all’attenzione della cittadinanza.
Ma le cose nel nostro Paese, non sempre vanno secondo i piani: come al solito, l’Italia deve correre per creare un’infrastruttura digitale per gli open data e per formare le pubbliche amministrazioni sulla necessità di rendere pubblici i dati.
Questa condizione si inserisce all’interno della direzione politica che la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, sta portando avanti in questi anni: favorire l’innovazione digitale per consentire alle società europee un ampio riutilizzo dei dati del settore pubblico, oltreché dell’informazione sostenuta con fondi pubblici, garantendo così il diritto fondamentale dell’accesso all’informazione come sancito dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.
L’idea degli open data come un bene accessibile a tutti però, non è di certo un’idea nuova. Risale infatti al 2011 con la Commissione Barroso e spinta dai venti americani dell’Open Government, le politiche di trasparenza e partecipazione del Presidente Barack Obama. I dati aperti erano stati pensati come risposta alla forte sfiducia dei cittadini nei confronti della politica, alimentata soprattutto dalla crisi economica del 2007-2008.
Il concetto base dell’epoca è che gli open data potessero dare più trasparenza dell’azione amministrativa e quindi favorire il coinvolgimento dei cittadini, che avrebbero cominciato a monitorare le amministrazioni pubbliche, generando più fiducia.
Sul piano dell’implementazione, però, il progetto europeo inizia a scricchiolare, soprattutto in un Paese come l’Italia dove la sfida della digitalizzazione è un passo da giganti. Infatti, il nostro Paese si posiziona al 25esimo posto in Europa per il livello di digitalizzazione (DESI, 2020).
La trasformazione digitale in Italia mira a velocizzare, sburocratizzare e rendere più trasparenti le pubbliche amministrazioni. L’obiettivo, così come è descritto nel PNRR (Piano Nazionale di ripresa e resilienza), è di rendere la Pubblica Amministrazione la migliore “alleata” di cittadini e imprese, con un’offerta di servizi sempre più efficienti e facilmente accessibili.
Per essere completa, la rivoluzione digitale deve consentire ai cittadini e alle imprese di accedere alle informazioni di tipo sociale, amministrativo, economico, giuridico, geografico, ambientale, meteorologico, sismico, turistico, informazioni in materia di affari, di brevetti e di istruzione che le PA producono.
In Italia però questo processo è, come al solito, lento e non sempre efficiente e trasparente. Il problema è che ci sono decine di miliardi di euro da spendere per il bene pubblico.
